Resilienza o resistenza?

Resilienza o resistenza? Promuovere il benessere nei figli di separati

Il termine resilienza, ormai diventato di moda e presente nel gergo comune, richiama erroneamente il concetto di forza e di adattamento, facendo venire in mente un materiale solido come una roccia. In realtà non fa riferimento a una qualità statica, quanto piuttosto a un processo attivo che si dispiega nella relazione dinamica fra la persona e il contesto (sociale, relazionale, istituzionale).

Ogni persona ha un ruolo attivo nel modellare l’ambiente che lo circonda: seleziona e struttura le esperienze, che agiscono, a loro volta, nel senso di promuovere lo sviluppo del sé oppure di inibirlo. La capacità di resilienza non designa la semplice abilità di resistere agli eventi avversativi, ma definisce una dinamica positiva volta al controllo degli eventi e alla ricostruzione del percorso di vita (Vanistendael & Lecomte, 2000).

Il concetto di resilienza dovrebbe essere associato ad un materiale come l’acqua, che pur conservando i suoi principi si adatta alle varie condizioni ambientali, passando da materia solida a gassosa e tornando liquida.

I genitori separati possono, nelle ipotesi migliori, non solo diventare resilienti ma anche essere promotori di percorsi di resilienza nei loro figli. Secondo Goldstein, massimo esperto in resilienza nei bambini le vie principali per insegnare e formare alla resilienza sono:

  • Praticare l’empatia
  • Incoraggiare la responsabilità
  • Potenziare l’abitudine a prendere delle decisioni
  • Insegnare l’ottimismo attraverso critiche costruttive

Questi sono i punti cardinali che guidano il mediatore nella conduzione del lavoro di mediazione familiare con famiglie separate, attraverso una serie di step programmati che porterà alla creazione di un accordo condiviso nell’interesse dei figli.

I minori che respirano un elevato livello di tensione dei propri genitori per proteggersi e per sopravvivere hanno bisogno di credere in una verità, rispondendo da soli a quelle domande scomode che si portano dentro alle quali non hanno voglia di dar voce; pur di non chiedere aiuto a quegli adulti di riferimento, ora troppo concentrati a raccogliere delle prove per colpevolizzare l’altro di tutta la sofferenza per la fine di un rapporto sentimentale.

Spegnere il riflettore sul malessere del minore e avviare un lavoro rivolto alle figure genitoriali potrebbe permettere al ragazzo, specie in età adolescenziale di abbassare le resistenze, riscoprire le proprie emozioni e lasciar tornare a galla le innumerevoli domande irrisolte:
Tornerete mai insieme? Vi ho fatto soffrire? Sono stato un figlio desiderato?

Lavorare esclusivamente sul minore, sul suo dolore relativo alla separazione, attraverso magari un percorso terapeutico, senza promuovere o incentivare un percorso di mediazione tra i genitori può risultare non solo un intervento sterile, ma anche capace di generare dei sentimenti di frustrazione ed inadeguatezza.
Ritardare l’avvio di percorsi di mediazione potrebbe contribuire ad alimentare processi di resistenza, anche tra genitori e figli, diminuire la capacità di resilienza ed aumentare nei minori la possibilità di sgretolarsi, come la roccia. L’avvio ad un percorso di mediazione familiare invece dimostra ai figli che è possibile cambiare forma, adattarsi ad ambienti più favorevoli e funzionali al loro benessere, separandosi pur rimanendo se stessi.

Autrice: Isabella Cardigliano – Psicologa, psicoterapeuta, Responsabile del Centro per la famiglia“Arca di Noè”, Cooperativa Sociale San Saturnino (Roma) – Email: i.cardigliano@coopsansaturnino.org

Articolo pubblicato sul sito dell’Istituto HFC e tratto da: “Resistenza o resilienza: Conseguenze sui figli di una mediazione tardiva”. Tesi Master Mediazione familiare e gestione dei conflitti, 2019.

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