Intervista a Teresa Zaccariello

on 8 Febbraio 2016

Sul sito della Giunti Scuola è stata pubblicata un’interessante intervista a Teresa Zaccariello, coautrice del libro “C’è sempre un nido per me”. Ve ne consigliamo caldamente la lettura cliccando qui.

Riportiamo di seguito il testo dell’intervista:

In libreria per Giunti Progetti Educativi l’albo “C’è sempre un nido per me”, che raccoglie una storia illustrata da Nicoletta Costa per raccontare l’adozione ai bambini da 0 a 3 anni e una guida per i genitori e gli educatori. Ne parliamo con una delle autrici, Teresa Zaccariello.

C'è sempre un nido per me

Buongiorno Teresa, e grazie di aver accettato di parlare con noi. “C’è sempre un nido per me” nasce da un’esperienza di lavoro e accompagnamento concreto dell’adozione da parte sua e di Maria Teresa De Camillis, l’altra autrice. Ce la vuole raccontare?

Sì certamente: l’albo raccoglie i risultati positivi di una lunga esperienza e cerca di rispondere ai tanti problemi che abbiamo incontrato nel nostro lavoro, nell’ambito delle adozioni, tra istituzioni, scuola, famiglia… Come psicoterapeuta, collaboro da anni con la casa-famiglia “Il girotondo” di Roma, un centro comunale per l’infanzia che si occupa dei bambini da 0 a 6 anni allontanati dalle famiglie o in stato di abbandono. Con Teresa de Camillis, in particolare, ci occupiamo del post-adozione, un momento in cui spesso le famiglie sono disorientate e si sentono sole. Per questo facciamo degli incontri con genitori adottivi per aiutarli nella gestione dei bambini e della loro genitorialità. E uno dei temi che trattiamo con più attenzione, anche su richiesta delle stesse famiglie, è quello della narrazione della storia del bambino adottato, come raccontarla, quando, come è possibile superare imbarazzi e tabù con naturalezza…

L’albo infatti ha per sottotitolo “L’adozione raccontata ai bambini”, e si chiude con una guida per i genitori dove si legge, tra le altre cose: “quando si accoglie un bambino, si accoglie la sua vita, ma anche la sua storia. Spesso la storia ‘arriva’ anche prima di lui ed è necessario evitare ogni forma di pregiudizio, proprio per limitare errori nell’accoglienza e nella relazione”. Dunque il libro può essere anche uno strumento attraverso il quale prepararsi all’accoglienza dei bambini?

Il libro anche nella concezione (prima la storia, con illustrazioni belle e delicate, poi la guida) rispecchia il nostro approccio al tema dell’adozione. Mettiamo infatti al centro il bambino e i suoi bisogni, cui la narrazione risponde in maniera efficace. Pensiamo al bambino come ad un essere competente, che per svilupparsi e diventare autonomo ha bisogno di essere rispettato nei suoi desideri fisici e psichici. Ovviamente il bambino che vive l’adozione vive anche uno strappo, quindi ha bisogno di ricucirsi, di raccontarsi la sua storia e di mettere insieme i pezzi. Il libro è pensato per mettere insieme questi pezzi: lo immaginiamo infatti come uno strumento con cui i genitori possono educare il bambino alla sua storia. Non si tratta di un elemento scontato: per molto tempo, si è pensato che il genitore adottivo non avesse il dovere di raccontare al bambino da dove veniva. Oggi invece il tema della narrazione è indagato sin dal pre-adozione. In questo modo, i genitori sono già abbastanza preparati all’idea che occorre raccontare ai bambini le loro origini, la loro storia.

L’albo è dedicato ai bambini da 0 a 3 anni: i pezzi della storia, dunque, vanno messi insieme presto. Come immaginate la lettura condivisa tra genitori e bambini?

I bambini e i genitori possono sfogliare insieme il libro, guardare le illustrazioni. Partire dai bambini piccolissimi è una scelta forte ma necessaria, perché occorre cominciare dai primi anni di vita del bambino per educarlo al racconto della propria storia. Ha poco senso fargli una rivelazione quando è grande. E inoltre la possibilità di raccontare e fare domande dovrebbe essere uno spazio naturale, un’esigenza naturalmente condivisa tra grandi e piccoli. Il bambino dovrebbe avere lo spazio per fare domande, per avvicinarsi alla conoscenza della sua storia con i suoi tempi e i suoi bisogni. Naturalmente non occorre imporre al bambino la lettura del libro. Il piccolo albo, pensato nelle dimensioni per poter essere gestito anche dal bambino da solo, può essere tra i giochi del piccolo. Quando il bambino vuole o s’incuriosisce dell’oggetto il genitore può leggerlo e avviare la narrazione.

Storia e illustrazioni, dopo aver spiegato il percorso dell’adozione (la nascita, l’approdo in una “casa dei bambini”, l’accoglienza in una nuova famiglia), ricorrono spesso all’immagine dell’albero: “tutti i bambini per nascere e crescere sani e felici hanno bisogno del seme che dà la vita, dei particolari che li rendono unici e di una famiglia che si prenda cura di loro, proprio come l’albero, per vivere bene ha bisogno del seme, delle radici, del tronco, della chioma, dell’acqua e del sole”…

Testo e illustrazioni sfruttano l’immagine dell’albero per indicare la ricchezza della storia del bambino. Il bambino ha delle origini, delle radici che vanno rispettate e interiorizzate, senza pregiudizi. Nicoletta Costa ha voluto conoscere il lavoro che abbiamo fatto negli anni (abbiamo scritto un volume per professionisti e genitori), poi ha letto la storia e ha visto bene che tutto il lavoro puntava al riconoscimento di radici e rami, a sottolineare la metafora dell’albero, che vuol dire l’integrità della storia, l’integrità del bambino. Abbiamo scelto una metafora semplice perché sappiamo per esperienza che occorrono storie di questo tipo per accogliere le differenze tra le vicende particolari e intricate di tanti genitori e bambini. Molte coppie nel corso degli incontri di pre-adozione ci chiedono proprio come raccontare la storia, cosa dire, cosa non dire perché ovviamente sono preoccupate dell’impatto che il racconto delle sue origini può avere sul bambino. E noi diciamo che più il racconto è lineare, pulito, segue il bisogno del bambino, ecco: più sono curati e accompagnati questi elementi, più il bambino non farà fatica a mettere insieme i pezzi. In alcune famiglie si possono creare dei tabù, dunque il bambino può sentire che quello della sua storia non è un argomento da affrontare e quindi può scegliere di non fare più domande. Oppure può farne troppe, chiedere con insistenza proprio perché sente un muro. Poi i bambini ci stupiscono, non si fanno tanti problemi: i genitori ci raccontano nei corsi che fanno queste domande nei momenti più improbabili, mentre si guida, mentre si sta al parco, ai matrimoni… Il libro, con la sua storia semplice e concreta, con la sua accogliente metafora, permette di educare i bambini al racconto sereno della propria storia, e aiuta i genitori ad auto-educarsi al proposito.

Anche educatori e insegnanti possono fare uso di questo volume, al nido o in sezione?

Sicuramente può essere utile anche a educatori e insegnanti, sentito il parere dei genitori. L’utilizzo di questo strumento potrebbe essere un consiglio che il genitore dà all’educatore o all’insegnante o viceversa, con un accordo preliminare sui modi di renderlo disponibile e presentarlo a ciascun bambino. L’ideale sarebbe utilizzare questo albo in una virtuosa collaborazione scuola-famiglia, come strumento che il bambino può avere a disposizione sia a casa che a scuola, all’interno di un programma e di un progetto condiviso. Non dimentichiamo che ultimamente sono uscite le linee guida per l’adozione nella scuola, quindi c’è un’indicazione forte da parte del Ministero in questa direzione. Perché il bambino arriva sì in una famiglia, ma poi si può trovare anche in un ambiente nuovo, con amici nuovi che magari conoscono la sua storia: è giusto accompagnarlo anche nel confronto con i pari.

A proposito delle linee guida: come le stanno accogliendo le scuole? Sono un reale passo avanti?

Le linee guida contengono molte buone idee. C’è da dire che il panorama delle adozioni in Italia rimane piuttosto frammentato, per cui ognuno fa un po’ da sé: ci sono scuole in cui vengono applicate al meglio e scuole meno preparate. Il punto è che nell’ambito delle adozioni c’è ancora tanto da fare e questo è un primo passo verso il miglioramento, che credo si possa raggiungere solo grazie ad un lavoro d’équipe tra professionisti dei vari settori implicati, Ministero e persone di scuola. Rimane centrale l’educazione delle persone che decidono di adottare: il post-adozione non è molto curato in Italia, spesso le famiglie si trovano da sole davanti a tutti i problemi, che sono spesso problemi molto forti. Io credo che il primo passo da fare sia in direzione dell’aiuto e della formazione di tutti coloro che vogliono accogliere, dare amore: perché ciascuna famiglia può darlo, se le persone che la compongono ne hanno da scambiare e ricevere. Tutte vanno sostenute ed accompagnate nell’accoglienza, che non è mai un processo privo di difficoltà.

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